Grillo vola alto: a lui il titolo Coppa Italia 2025

Grillo vola alto: a lui il titolo Coppa Italia 2025

Tutte le favole iniziano con “C’era una volta”: è questo l’incipit di tutte quelle storie che alimentavano ed alimentano, da piccoli e da grandi, la nostra fantasia.
Capita, però, che alcune di queste favole riescano a trovare spazio nella realtà, concretizzandosi, lasciando quella scia di stupore e di magia che risveglia la nostra parte infantile più intima, più segreta.

C’era una volta un bambino di nome Rocco, nato e cresciuto in una contrada ai piedi dell’Aspromonte, coccolato ed inebriato dal profumo del pane, prodotto dal forno di famiglia. Impastava racconti, consigli, tecniche e suggerimenti di genitori, zii e nonni, per poi infornarli nel suo animo ancòra inesperto, nel suo carattere ancòra da costruire e definire, nelle sue braccia ancòra ingenue e distratte.
Proprio come il pane, i biscotti, le friselle ed i panini, attendeva che il suo cuore arrivasse a temperatura, rispettando i tempi di cottura, assaporando la lentezza della fase adolescenziale con la consapevolezza che, oltre alla fase gioiosa, era necessaria quella operosa: servivano anche le sue mani, serviva anche la sua laboriosità.

C’era una volta un ragazzo, non più bambino, che decise, ad un certo punto, di prendere in braccia quell’arte che si tramandava di generazione in generazione, per stringerla a sé, per volare insieme ad essa e per amplificare la sua bellezza e la sua ricchezza.
La sera si andava a letto presto e, nel cuore della notte, la sveglia suonava, interrompendo momentaneamente sogni, desideri e speranze, chiudendoli a chiave in uno scaffale riservato, silenzioso, non abbandonandoli mai.

C’era una volta un uomo ormai padre, un padre sempre ragazzo, un padre per sempre bambino, un bambino con un grande obiettivo che custodiva sotto il cuscino, lontano da occhi indiscreti. Un adulto-bambino inquieto, con un’inquietudine positiva, innamorato della vita, estremamente vivace ma, allo stesso tempo, profondamente vero, senza filtri, nei suoi pregi e nei suoi difetti.

Sotto quel cuscino c’era il sogno di salire a cavallo, dentro quel bambino c’era l’irresistibile desiderio di cavalcare quell’imponente e dolce animale, dentro quel ragazzo c’era la speranza di unire passione ed ambizione. E dietro tutto questo c’era un’esperienza di vita, lunga ed intensa, che gli aveva fatto conoscere delle parole importanti, preziose, essenziali: gavetta, sacrificio, costanza, pazienza, abnegazione, audacia, umiltà.

C’era una volta una favola che non era più una favola.
C’era una volta un sogno che non era più un sogno.
E c’era un bambino che, all’improvviso, non volle più farsi addormentare dalle storie inventate, bensì decise di svegliarsi per scriverne altre, più vere, più tangibili, che durassero a lungo, che restassero impresse, che lasciassero un segno.
Ed allora, così, con la spensieratezza di un fanciullo e la determinazione elegante di un cavaliere, decise che era l’ora di scrivere quelle pagina, di arricchire quella storia, di aggiungere un capitolo in grassetto che avrebbe ripagato infiniti sforzi.

C’era una volta un figlio del Sud, della Calabria, di questi luoghi incompresi ed incomprensibili, di questa terra complessa.
Si chiamava e si chiama Rocco, ma un giorno, come in tutte le favole, iniziarono a chiamarlo “Campione”, “Campione d’Italia”.
Si era svegliato di soppiatto, come in una di quelle notti prima di andare al forno, un po’ spaventato, un po’ stordito dal sonno, ma quando stropicciò ed aprì gli occhi, si accorse che era tutto vero, che nulla era inventato, che tutto era avvenuto, che tanto doveva ancòra accadere.

Ed attorno a quella coppa, a quel trofeo, a quel titolo nazionale, tutto d’un tratto, comparve una nuvola di fumo invisibile, quasi un’aureola impercettibile: era la luce dei ricordi, degli sforzi fatti fino a qui, della cura e della premura, dell’affetto della famiglia e degli amici, dell’amore dei suoi figli.
Era una luce meravigliosamente forte, trasportante, accecante, che gli ricordava e gli ricorda che le favole più belle partono da lontano e che, alla fine, solo chi ha il coraggio di abbracciare fantasia e realtà può scrivere pagine diverse.
Solo chi ha il coraggio di essere sempre “piccolo” può sperare che una passione lo porti davvero a diventare “grande.

Perché il bambino che c’è in noi non smette mai di giocare.
Perché, come diceva Edoardo Bennato, “ogni favola è un gioco”.
Ed è straordinario quando un gioco ti fa vincere così, con questa gioia smisurata, senza mai perdere di vista il punto di partenza.
Senza mai perdere di vista quel bambino e quel ragazzo. 

Occhio: tutti in piedi.
Un applauso assordante ci annuncia che quel bambino, adesso, è diventato un gigante.
Fatelo ancòra sognare.
Non svegliatelo.

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