La vicenda di Anan, Ali e Mansour una proiezione a Riace, Locri e Brancaleone per riflettere ancora sulla questione palestinese

La vicenda di Anan, Ali e Mansour una proiezione a Riace, Locri e Brancaleone per riflettere ancora sulla questione palestinese

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

 

La resistenza non è terrorismo

 

Invito alla visione del documentario Colpevoli di Palestina. La vicenda di Anan, Ali e Mansour (2025), a cura del Comitato Free Anan

 

Anan Yaeesh, 38 anni, è un militante palestinese, nato e cresciuto a Tulkarem, nei Territori occupati della Cisgiordania, che vive in Italia dal 2017 e dal 2019 è titolare di protezione speciale. Dal 26 gennaio 2024, è incarcerato in seguito alla richiesta di estradizione mossa dallo Stato d’Israele,  rigettata nel marzo 2024, dalla Corte d’Appello dell’Aquila, città in cui abita, in considerazione di tutto ciò che notoriamente avviene in Israele a sfavore dei palestinesi, e del grave rischio cui sarebbe andato incontro nelle carceri israeliane, dove sarebbe stato processato dai feroci tribunali militari in forza dal 7 ottobre 2023.

L’autorità giudiziaria italiana ha deciso motu proprio di continuare a detenere Anan, raggiunto l’11 marzo 2024 dall’accusa, spiccata dalla Procura della Repubblica dell’Aquila, di «associazioni con finalità di terrorismo, anche internazionale, o eversione dell’ordine democratico» (art. 270-bis del Codice Penale), che ha visto coinvolti due suoi amici palestinesi, Ali Irar e Mansour Doghmosh, arrestati su richiesta della DNAA (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo).

Ad agosto 2024 la Corte di cassazione ha deciso di annullare la misura cautelare a carico di questi ultimi due per «mancanza di gravi e circostanziate prove», ma anche che Anan rimanga nella sezione alta sicurezza del carcere di Terni. Il 26 febbraio 2025 il tribunale dell’Aquila decide il loro rinvio a giudizio con le accuse di «proselitismo e finanziamento del terrorismo» per tutti e tre.

Con sorprendente rapidità, per i tempi della giustizia italiana, il loro processo ha avuto inizio il 2 aprile 2025, le udienze si sono susseguite fino al 19 dicembre e il 16 gennaio verrà emessa la sentenza. Il 27 settembre, con un provvedimento punitivo e intimidatorio, Anan è stato trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi, in Basilicata, che dista oltre quattrocento chilometri dall’Aquila.

La Polizia e l’Autorità Giudiziaria italiana, reagiscono al fatto che, già contro la richiesta di estradizione si svolsero manifestazioni e presidi a Sassari, Milano, Brescia, Ancona, Modena, Bergamo, Genova, Napoli, L’Aquila, Palermo, Torino, Roma, che altre iniziative hanno portato la voce dei solidali davanti alle mura del carcere di Terni.

Alle udienze al tribunale dell’Aquila che dovevano decidere la richiesta di estradizione e il rinvio a giudizio per tutti e tre gl’imputati, Anan non ha potuto presenziare perché è stata disposta la modalità in videoconferenza, una prassi sempre più utilizzata che limita fortemente le possibilità di difesa ma anche, e soprattutto in questo caso, impedisce di incontrare le mobilitazioni in solidarietà nei loro confronti.

A tutti appare chiaro che quest’operazione giudiziaria s’inquadra nell’alleanza di fatto stretta tra il governo italiano e lo Stato israeliano nella guerra in atto: gli stessi capi d’accusa contro i tre sono stati stilati sulla base di indagini condotte dal Servizio di sicurezza generale dello Stato israeliano, alle dirette dipendenze del suo Primo ministro, per reati per cui Anan Yaeesh è stato già condannato e ha già scontato diversi anni di pena, relativi a una stagione di lotta conclusasi vent’anni fa, e in seguito alla quale Anan scelse la via dell’esilio e della protezione speciale. Eppure, fin dall’inizio, l’autorità giudiziaria italiana lo tratta come un terrorista a priori perché palestinese, applicando nei suoi confronti misure di sicurezza improntate al diritto penale del nemico, e per farlo coinvolgono nelle accuse due suoi amici – sulla base di elementi che altre istanze giudiziarie rigettano per «mancanza di gravi e circostanziate prove».

Sin dal principio il procedimento è parte di una strategia vòlta a criminalizzare la lotta di liberazione palestinese, la mobilitazione e la solidarietà internazionali, e non è un caso isolato, basti pensare alla nota vicenda di Mohamed Shanin o, alla meno nota, ma più “vicina” a noi, di Ahmad Salem, detenuto a Rossano (CS) per aver chiamato alla mobilitazione contro il genocidio.

La richiesta di condanne esemplari e la convocazione dell’ambasciatore israeliano in Italia come testimone contro Anan, sarebbero il punto più alto di questa strategia repressiva se, d’altra parte, non fossero state accompagnate dalla non ammissione, in sede processuale, delle testimonianze in suo favore di studiosi, docenti universitari, cooperanti e giornalisti.                                                                                     

 

Il film, realizzato a cure del Comitato Free Anan, è parte delle iniziative di solidarietà e mobilitazione in questo caso emblematico. Segue le diverse fasi del processo, i loro riverberi mediatici, lasciando parlare Anan, Ali e Mansour, e getta uno sguardo sulla realtà della Palestina occupata dalla quale sono transfughi. Alle loro parole si uniscono le testimonianze dell’avvocato della difesa e di molti dei testimoni non ammessi al dibattimento, e fornisce uno strumento di lettura della dinamica politica internazionale contro la quale le mobilitazioni e la solidarietà in favore della Palestina devono oggi confrontarsi.

 

Durante la serata sarà possibile contribuire alla campagna spese legali dei prigionieri politici palestinesi in Italia.

 

chuffed.org/project/spese-legali-dei-prigionieri-politici-palestinesi-in-italia

 

CampagnaSpeseLegaliDeiPrigionieriPoliticiPalestinesiInItalia-qrcode.png

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